di #GRINGO
Il day after è sempre quello dei processi.
Quello in cui siamo tutti un po’ più allenatori, direttori sportivi e presidenti. E dopo un pareggio col Frosinone, che anch’io ho vissuto praticamente come una mezza sconfitta, il colpevole è già stato trovato.
Daniele De Rossi.
Sono bastate quattro giornate, solo quattro giornate, perché a Genova cominciasse la caccia all’uomo. Leggo gente che ne chiede la testa con la bava alla bocca, come se sulla panchina del Genoa fosse improvvisamente comparso un incapace.
La cosa curiosa è che pochi mesi fa De Rossi era il genio della lampada. Quello che aveva preso una squadra in difficoltà e l’aveva tirata fuori dai guai, restituendole coraggio, carattere e identità.
Oggi è diventato un imbecille.
Deve essere successo qualcosa durante le ferie. Probabilmente ha disimparato ad allenare sotto l’ombrellone!!!
Possiamo discutere delle sue scelte finché vogliamo. Possiamo dire che ieri il Genoa avrebbe dovuto vincere. Possiamo dire che un punto dopo quattro giornate è poco, perché è davvero poco!!!
Ma magari ricordiamoci anche un piccolo particolare… Il Genoa non è il Manchester City.
Secondo Calcio e Finanza abbiamo il quattordicesimo monte ingaggi della Serie A. Questo non significa che dobbiamo arrivare quattordicesimi e nemmeno che dobbiamo accontentarci. Significa semplicemente che sarebbe il caso di rapportare le aspettative alla realtà.
De Rossi non ha in mano una Ferrari che sta guidando come una Panda. Abbiamo preso vari giocatori nuovi, tutti comunque, per un motivo o per l’altro, non esattamente pronti e “sul pezzo”.
E guardiamole anche, queste quattro partite.
Tre, per il valore degli avversari, erano quasi improponibili. Ieri no. Ieri bisognava vincere e non averlo fatto brucia. Eccome se brucia. Ma tra essere incazzati per due punti persi e invocare un altro esonero dopo quattro giornate dovrebbe esserci ancora una certa distanza.
Soprattutto per noi.
Perché, se c’è una cosa che al Genoa negli ultimi vent’anni non è mai mancata, sono proprio gli allenatori.
Gasperini, Ballardini, Malesani, Marino, ancora Malesani, De Canio, Delneri, ancora Ballardini, Liverani, Gasperini, Juric, Mandorlini, di nuovo Juric, ancora Ballardini, ancora Juric, Prandelli, Andreazzoli, Thiago Motta, Nicola, Maran, ancora Ballardini, Shevchenko, Blessin, Gilardino, Vieira e adesso De Rossi.
Dal 2006 abbiamo cambiato più uomini noi di Belen. E non era facile!!!
E dopo venti anni, non esattamente costellati di chissà quali successi, passati a cambiare allenatore siamo ancora convinti che la soluzione sia sempre la stessa.
Cambiare allenatore.
Tre sconfitte? Cambiare.
Un pareggio col Frosinone? Cambiare.
La squadra non gira a settembre? Cambiare.
Arriva quello nuovo, nuovo modulo, nuove idee, nuove gerarchie, giocatori che devono capire cosa vuole il nuovo mister. Gli concediamo qualche settimana e, se non funziona immediatamente, ricominciamo a guardarci intorno alla ricerca del prossimo salvatore della patria.
E avanti così.
Poi ci sono i commenti.
«Basta difesa a tre».
«Passiamo a quattro».
«Metti questo».
«Togli quello».
3-5-2, 4-3-3, 4-2-3-1.
Manco giocassimo a Football Manager.
Come se per passare dalla difesa a tre a quella a quattro bastasse togliere un centrale, aggiungere un giocatore davanti e schiacciare “continua”.
Non funziona così.
Una difesa non è un numero scritto sulla distinta. Cambiano le scalate, le coperture, le distanze tra i reparti, i riferimenti, il modo di uscire sull’avversario, quello di accompagnare l’azione. Sono movimenti che undici giocatori devono imparare e soprattutto sincronizzare. Perché puoi anche avere l’idea tattica più bella del mondo, ma se uno esce e l’altro non copre, se uno sale e l’altro resta mezzo metro indietro, l’idea tattica diventa semplicemente un’autostrada per gli avversari.
Se bastasse scrivere 4-3-3 su un foglio e scegliere gli undici più forti, gli allenatori non avrebbero staff di dieci persone e stipendi da milioni di euro.
Potremmo farlo noi nei commenti su Facebook.
E invece, incredibilmente, allenare una squadra di Serie A è un po’ più complicato.
Forse allora, dopo vent’anni, potremmo tentare qualcosa di veramente rivoluzionario.
Dare tempo.
Nel 2016 Gasperini arrivò a Bergamo e perse quattro delle prime cinque partite. L’Atalanta era penultima e la sua panchina sembrava già pronta a saltare.
Percassi fece una cosa che nel calcio italiano richiede molto più coraggio di un esonero.
Lo tenne.
Il resto lo conosciamo.
Questo non significa che De Rossi diventerà come Gasperini, nessuno può sapere dove ci porterà questa storia.
Ma io in De Rossi ci credo.
Ci credo per un motivo molto semplice: se era l’allenatore giusto pochi mesi fa, quando ha preso questo Genoa e lo ha tirato fuori dai guai, non capisco per quale misteriosa ragione debba essere diventato quello sbagliato dopo quattro partite.
Poi il calcio potrà smentirmi. Succede. Se saremo come l’anno scorso alla decima se ne riparla.
Ma oggi penso che De Rossi sia l’allenatore giusto per il Genoa.
E sapete una cosa?
Voi potete ovviamente pensarla diversamente. Ma dopo quattro partite non potete già sapere di avere ragione.
È questa la differenza.
Critichiamolo. Pretendiamo di più. Incazziamoci, perché ieri c’era da incazzarsi. Ma non buttiamo giù la casa ogni volta che si rompe una finestra.
Anche perché quella strada l’abbiamo già percorsa.
Una volta. Due volte. Dieci volte. Venti volte.
E forse sarebbe anche il momento di accorgerci che non ci ha portato da nessuna parte.
Per una volta proviamo a resistere alla nostra irresistibile voglia di ricominciare tutto da capo.
Perché cambiare allenatore è facilissimo.
Costruire qualcosa richiede una cosa che al Genoa, negli ultimi venti lunghi anni, non abbiamo concesso mai.
Serve tempo.
#GRINGO per ⚽️ 🛒

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